Citazioni - Quotes

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“I thought of binary stars. A red giant and a white dwarf, side by side, the life force of one being sucked into that of the other. […] But death wasn’t a white dwarf. It was a good bit beyond that. It was a black hole. And once you stepped past that event horizon, you were in very difficult territory. […] I knew what life was, I understood its nature, its character, its stubborn insistence. Life, especially human life, was an act of defiance. […] There was no such thing as impossible. I knew that, because I also knew that everything was impossible, and so the only possibilities in life were impossibilities”

– The Humans; Matt Haig-

” Pensai alle stelle binarie. Una gigante rossa ed una nana bianca, fianco a fianco, la forza vitale di una risucchiata in quella dell’altra. […] Ma la morte non era una nana bianca. Era un bel po’ oltre ad essa. Era un buco nero. Ed una volta che avevi oltrepassato quell’orizzonte degli eventi, eri in una zona parecchio complicata. […] Sapevo cos’era la vita, capivo la sua natura, il suo carattere, la sua ostinata insistenza. La vita, in particolare la vita umana, era un atto di ribellione. […] Non c’era niente di impossibile. Io lo sapevo,perché sapevo anche che tutto era impossibile e perciò le uniche possibilità nella vita erano impossibilità”

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Pensieri sparsi

PensieriSparsi: Scrivere e Vivere

Alle volte mi ritrovo a pensare che scrivere, per me, sia una cura,un vero e proprio balsamo per allontanare dall’insieme quella piccola,frammentata parte di mondo,tormentato e febbrile, e studiarla a fondo,separandola dalla mia essenza; per non diventare la parte nera e vischiosa del quadro,per placare quel subdolo istinto sinistro che si annida e cova nei più oscuri recessi della nostra anima e per assorbire il bene,per percepirlo.
Fa male confrontarsi con la realtà, quella meno drammatica,ma più vera,quella senza trama e senza giochi metrici o di rime.
La vita punge e fa male e, alle volte, ci si accorge,così,quasi sembra un gioco,che non si è depressi né pessimisti, solo fortemente critici e,quel che più conta, LUCIDI ,senza le droghe del ‘buonismo’ popolare,della finta carità, del blando interesse,del convenzionale dispiacere (divenuto ormai meccanico come il ‘buongiorno’). E chi non sa fingere è cacciato dalla comunità dei venditori di poche speranze.
Si ci classifica come “voce pessimista”, “estremista”, “esagerata”, “improvvisata filosofia”, “perbenista di turno”.
In fin dei conti, sono solo una scribacchina che a vedersi non le si darebbero più di due monete. Lungi da me voler far la predica.
Scrivo.Vivo. O almeno ci provo. Sbaglio ed imparo.
Vada come vada,sarà sempre un bellissimo viaggio.
E ci sarà qualcosa da raccontare e, se non potrà essere raccontato,verrà ricordato.

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Cards on the table and bullets in the gun

Cards on the table, bullets in the gun – ITA

Era seduto lì,senza guardare da nessuna parte in particolare.
La sua colt, argentata e scintillante, giaceva sul suo fianco sinistro.
Era una giornata estiva calda e soleggiata, o, almeno, credeva fosse estate. Avrebbe potuto esserlo dalla terribile afa che divorava il volto e feriva gli occhi, ma, in fin dei conti, ogni giorno per lui era sempre uguale, proprio come se vivesse le stesse 24 ore continuamente, da quando si era deciso a scappare lontano da quella trappola per topi che era la sua città.
Ricordava il giorno in cui se ne era andato con una smorfia di soddisfazione ed il gusto amaro della vittoria. Aveva corso per chilometri, rubato un cavallo e dato un’ultima occhiata al vecchio orologio cittadino che, proprio in quel momento, stava battendo le cinque in punto.
Ora era lì, da qualche parte, ovunque, sporco di polvere e sudore, un drink in mano dove il ghiaccio si scioglieva lentamente, ricordandogli che il sole, fuori, era più ‘caliente’ delle donne che, occasionalmente, portava fuori a cena.
Era, per ironia della sorte, ciò che si sarebbe potuto definire come un cowboy.
Ed anche vagabondo, dato che non aveva un posto in cui vivere.
Se ne andava così come era arrivato, sparendo senza lasciare alcuna traccia del suo passaggio in questo o quello ‘sputo’ di città, come lui le definiva.
Aveva cavalcato per un giorno o due senza sosta e gli doleva tutto il corpo.
Guardo davanti a sé: la ragazza era ancora lì.
L’aveva osservato sin dal primo momento in cui era entrato ed egli aveva dovuto combattere più di una volta contro la tentazione di mostrare l’interesse che provava per lei.
Si alzò, lasciando il suo wiskey sul tavolo, e si avvicinò al jukebox, dove controllò le canzoni diponibili; inserì un quarto di dollaro e tornò alla sua sedia.
La ragazza aveva incominciato a ballare, ammiccando agli avventori e mostrando con orgoglio in suo reggipetto decorato di perline e la sua gonna corta. Aveva la pelle abbronzata ed i suoi capelli avevano qualcosa che gli ricordavano una cameriera biondo fragola che aveva incontrato anni addietro. Si avvicinava sempre di più, mentre lui diventava sempre più gelido, nel tentativo di mantenere un po’ di gioco tra il distacco ed il raffinato.
“Sei parecchio attraente, cowboy” gli sussurrò all’orecchio.
“Anche tu non sei niente male” rispose, con un ghigno amaro sulle labbra.
“Ed hai anche buon gusto in fatto di musica.. questa è la mia canzone preferita, lo sai?”
“Ma che fortunata coincidenza”
“Già” sorrise lei di rimando.
Sapeva riconoscere i guai quando li vedeva e sapeva per certo che la ragazza era ad un alto grado di pericolo, servito su un piatto d’argento.
“Dovresti ballare per i clienti, altrimenti si arrabbieranno parecchio.”
“E tu dovresti bere il tuo whiskey on the rocks, carino, ma non sembra che ti interessi granchè ora come ora. Inoltre, ci sono un sacco di ballerine stasera.”
“Uh-uh”
Si calcò il cappello sul capo un seconda volta, nascondendo gli occhi nell’ombra.
Lei si sedette sul tavolo.
“Cos’abbiamo qui? Una pistola?”
“Faresti meglio a non toccarla,se intendi tenere la tua manina esattamente nella posizione in cui si trova adesso. Se fai una mossa, la prenderò come il tuo ultimo desiderio.”
“Un uomo così grande e forte che se la prende con una ragazza così delicata?”gli rise in faccia “Ma per favore, cerca di essere serio. Ora, se non ti disturba ascoltare la mia richiesta, sarei più che felice di spiegarti il mio punto di vista, signor.. Qual’è il tuo nome?”
“Chi lo chiede?”
“Jane. E questo è tutto ciò che ti basterà sapere.”
“Il mio nome è Riley. Non faccia più domande, signorina.”
“Mi sta bene. Come se mi importasse. Vedi, ti ho notato fin dal primo momento in cui hai messo piede qui dentro. Sembri uno al quale è rimasto ancora un po’ di cervello non guastato dall’alcol.”
“Questo dovrebbe essere un complimento?”
“Un grosso complimento” ammiccò “Ho visto il tuo cavallo, laggiù. Un animale possente; sicuramente intelligente.”
“Il nocciolo della questione sarebbe?”
“Ho bisogno di andarmene da qui”
“Piccola, non penso che tu capisca la situazione. Ascolta, te lo spiegherò molto lentamente  di modo tale che tu possa capire dove voglio arrivare senza fare alcuno sforzo: per te sono uno sconosciuto, ho una pistola. Vieni qui e mi chiedi di portarti via. A te piace giocare col fuoco.”
“E dunque?”
“Non ho intenzione di fare il tuo gioco, carina. Trova un altro babbeo da inseguire. Pago il mio conto e lo faccio subito. E, ora arriva il bello, tu non vieni con me.”
“Perchè no? Sono io quella che rischia la vita, non tu. Sei tu quello tosto, qui.”
“Semplicemente non ho una ragione per portarti con me, ecco tutto. Ora sparisci. Torna a ballare o a rubare il portafoglio di qualche altra testa di rapa.. a proposito, quello sarebbe mio.” disse lui, afferrendole il polso con la mano e sfilando il portafogli alle sue agili dita. “Non mi piacciono i ladri.”
Lo guardò, c’era fuoco nei suoi occhi. Arse per un paio di secondi prima che lei ricominciasse a ghignare  “A quanto pare, il cavallo non è la sola bestia intelligente da questa parti, eh? Sei uno strambo, lo sai questo, non è vero?””
“Non sentivo quella parola da anni, giovanotta”
“Chi sei? Il mio paparino? Vattene, adesso. Troverò qualcun’altro. Qualcuno migliore, magari.”
“Fai ciò che vuoi” disse lui, stringendosi nelle spalle.
Si premette di nuovo il cappello sul capo  controllò il portafoglio. Non aveva avuto il tempo di rubare nulla. Si voltò e si fece strada verso il bancone. Era sul punto di chiedere il conto e,forse,un altro bel whiskey, quando un gridolino dietro la sua schiena lo fece voltare un’altra volta rapidamente per vedere quel che accadeva alle sue spalle.  Un omone, probabilmente più grosso di lui, aveva afferrato Jane per un braccio con una mano. La ragazza si divincolava,cercando di respingerlo, ma era tutto inutile. La musica si era fermate e ora tutti li stavano osservando.
Una specie di vampata d’ira incontrollabile sembrò, per qualche momento, impossessarsi del ventre e del cervello di Riley.
Non osò neppure muoversi, per non tradire il suo sentimento, poi lo sentì :
“Perchè non vuoi darmi quel che stavi per dare a quello sfigato, eh, cara?Sono sicuro che ci divertiremmo insieme, dolcezza.”
Qualcosa nel profondo balzò fuori e, senza pensare a quel che faceva o a quel che diceva, urlò, nel mezzo del saloon “Hey, tu! Sì, tu, ragazzone. Qual’è il tuo problema con la signora, eh?”
L’uomo non si voltò nemmeno nella sua direzione.
“Hey, a quanto pare il tuo amico è un aspirante suicida, pupa.”
Jane protestò mentre la mano dell’uomo si stringeva sempre di più sul suo braccio incolore ed esile
“Hey,piattola. Sto parlando con te. Lascia andare la signorina.”
Questa volta l’enorme sconosciuto lo guardò direttamente negli occhi prima di rispondere
“Altrimenti?”
“Lo vedrai.”
“Non me ne frega un accidente del tuo bel faccino. Spaccartelo sarà un enorme piacere.. forse intenso quanto andare con questa bella pupattola.”
“Ultima occasione per fare ciò che ti dico.”
“Farai meglio a fare quel che dice.” mormorò Jane al suo aggressore.
“E tu farai meglio a tapparti quella boccaccia!” disse lui, rabbioso, spingendola a terra con un rumore sordo. Jane rimase sul pavimento, immobile.
La mano di Riley volteggiò sulla colt automaticamente. Poi si fermò a pensare: l’uomo poteva essere disarmato. Afferrò una bottiglia vuota dal bancone.
“Ti piace essere al centro dell’attenzione, eh? Vediamo come te la cavi a prendertela con qualcuno della tua taglia.”
“Il piacere sarà tutto mio, codardo.”
Riley saltò, agile come una pantera, e furono quasi immediatamente  faccia a faccia. Cercò di evitare tutti i pugni dello sconosciuto il più velocemente possibile: se il tipo era più forte, sicuramente lui era più rapido.
Il primo colpo mancò la sua testa di un centimetro,mentre il secondo lo centrò nello stomaco. Cadde,con ancora in mano la bottiglia vuota.
Il gigante si preparava a colpirlo ancora,ma riuscì a svicolare sotto un tavolino di legno e schivare il colpo indirizzato alla sua testa. Facendo leva sulla schiena riuscì a rimettersi in piedi. Con una mossa rapida e decisa colpì l’uomo dritto sulla testa priva di capelli con il fondo della bottiglia, cogliendolo di sorpresa.
Quello ruggì, lo guardò e, con il capo ormai rosso cemisi a causa dell’abbondante perdita di sangue che scorreva rapido fuori dalla ferita aperta, cadde a terra, privo di sensi.
Ansante, lasciò cadere ciò che rimaneva della bottiglia, riprese il suo cappello e si diresse verso la donna che non si era mossa di un millimetro.
“Jane? Stai bene?”
“Mi hai difesa” sussurrò.
La sua voce era molto bassa, ma sicura ed alla aveva aperto un pochino i sui occhi azzurri.
“Già. Riesci a camminare?”
“Sì, sto bene  grazie a te, cowboy”
“Andiamo, lasciamo il locale.”
“Aspetta,aspetta. Lasciamo? Noi?”
“Sì. Volevi andartene, giusto?”
“Oh, sì. Puoi scommetterci.”
“Allora, vieni con me.”
“Pensavo che tu fossi una specie di ‘cavaliere solitario’ o qualcosa del genere”
“Non ti sto dicendo che starai per sempre con me, ma non ho alcuna intenzione di lasciarti qui con questi maiali..”
“Mi sta bene.”
Un individuo dall’aspetto minaccioso con una barba sporca ed irta apparve da dietro al bancone non appena gli giunse all’orecchio quel che stava accadendo.
“Hey, dove credi di andare con la mia migliore ballerina, eh? Se vuoi farci un giro, devi pagare.”
“Stai facendo sul serio o mi prendi in giro?”
“Nessuna burla. è mia. Vieni qui e quando te ne vai il mio saloon è a pezzi, il mio miglior cliente è al tappeto, sanguinante per colpa tua.. portatela via, causa troppi guai ed io certo non la voglio, manco me ne importa. Ma voglio el dinero, amigo.”
Guardò verso Jane, con aria interrogativa. Lei scosse la testa.
“D’accordo. Quanto?”
“Che ne dici di quattromila?”
“Ti piacerebbe. Facciamo due. E considerati fortunato.”
“Non ho intenzione di..!” si bloccò, i suoi occhi fissi sulla mano del cowboy che giaceva ora sulla pistola “Puoi tenerti i soldi, maledetto cowboy. Ora vattene. E non tornare.”
“Non ne ho alcuna intenzione, stanne certo.” disse Riley, uscendo dal locale. Jane lo seguì all’esterno senza dire una parola.
“Sapevi della tassa sin dall’inizio, non è vero?”
“Beh, sì. Chi non lo sa.”
“I non lo sapevo. Come diavolo pensavi di potertene andare, eh?”
“Che domanda stupida! Sgattaiolando via, è ovvio.”
“Giusto. Sono troppo ingenuo, suppongo.” disse lui ironicamente, con una smorfia.”Sai come andare a cavallo, immagino”
Lei annuì.
“Bene. Credo che il nostro amico non avrà bisogno del suo cavallo per un paio d’ora.. e saremo parecchio lontani per quell’ora. Tieni.” disse, passandole le redini di un cavallo bianco, legato vicino al suo.
“Come fai a sapere che si tratta del suo cavallo?”
“L’ho visto arrivare. Il suo amico a quattro zampe sarà contento di portare un peso più leggero sul dorso, penso.”
“Di sicuro. Credevo non ti piacessero i ladri.”
“Alle volte non mi piaccio nemmeno io.. Seguimi.”
“Sono proprio dietro di te” disse lei, montando in sella con un balzo.

 

Note:

-Il titolo di questa storia è tratto dalla canzone di T. Keith “Bullets in the gun”;
– Mi piacerebbe scrivere un continuo,ma non posso promettere nulla per problemi di tempo..

 

 

(You can read the English version of this post here)

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Metamorfosi di un angelo

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