Storie

Tommy

Il piccolo Tommy era l’ultimo nato nella famiglia Brashaw.

Già da appena nato gli fu messo in braccio un piccolo orsetto di pezza appratente a suo fratello Brody.
All’età di un anno,quando spense la prima candelina, gli furono regalate le scarpe di sua sorella Lucy, così carine di un lucido nero e così maschili,quasi non si notava che erano state destinate ad una bambina.
A sei anni, il primo giorno di scuola, la mamma gli diede un bacio sulla sua piccola fronte,mentre allacciava il suo grembiulino,prestatogli dal cugino Robert e gli diceva che sarebbe tornata presto a prenderlo.
Per tutta l’adolescenza continuò a prendere in prestito gli abiti dall’armadio dei suoi due fratelli maschi Brody e Chris.
Odiava la scuola e faceva di tutto per saltarla. Tanto, diceva, queste cose non troveranno mai spazio nella mia testa. Sono una testa vuota, impossibile da riempire.
Una sera prese in prestito la moto del padre e fece la sua prima corsa sulla stradina di campagna che conduceva a casa loro. Andò lontano, lontano da casa, dalla famiglia, dalle certezze, ma i dubbi lo seguirono anche lì e,quando capì che essi erano impossibili da seminare, che non vi era motore o mezzo sufficientemente potente da fargli perdre le sue tracce, tornò indietro, prendendosi tutta la pioggia sulla via del ritorno. Quando mise di nuovo piede in casa fu abbracciato e rimproverato per il suo comportamento. Occhiate di fuoco tra lui ed il padre, quella sera.
Quando compì ventitrè anni si arruolò nell’esercito ed andò a combattere al fronte. Mentre era lì,solo, le bombe che cadevano, i proiettili che squarciavano l’aria con un sibilo omicida vicino alle sue orecchie, pensò che avrebbe dato via ogni cosa che possedeva per tornare a casa.
Quando gli annunciarono che avevano vinto,che la guerra era finita, non esultò con gli altri compagni. Stette in disparte, gli occhi incapaci di non mostrare le immagini di dolore e di morte a cui avevano assistito.
Il giorno dopo prese il treno per casa. Già immaginava il volto di sua madre e l’espressione severa di suo padre al suo rientro. Loro sarebbero stati lì,alla stazione. Il suo compagno, Jack, gli disse che la sua Samantha aspettava un bambino e che il piccolo doveva avere più o meno un anno. Bob gli riferì che sua moglie lo aspettava alla stazione e che avrebbe sventolato un fazzolettino rosso per farsi riconoscere tra la folla.
Qaundo il treno si fermò con un fischio, la gente si accalcò lì vicino e Tommy guardò dal finestrino,ma non vide suo padre o sua madre. Quando scese dal treno riconobbe una sola persona lì vicino. La loro vicina di casa, Lilian. Gli chiese,con un pizzico di orrore nella sua voce. La ragazza lo guardò e scoppiò in lacrime. A Tommy fu più che sufficente. La portò con sè,Lilian, anche lei rimasta sola a combattere contro una realtà difficile e crudele,che non perdonò ai suoi genitori e a quelli di lui il tempo trascorso.
La casa distrutta. Non vi era più niente.
Tommy pensò a tutte le volte che si era lamentato della sua famiglia, del pranzo,della cene,del pulirsi le scarpe prima di entrare, del portar fuori la spazzatura, del divieto di usare la moto, della roba di seconda e terza mano che riceveva e di tante altre cose. Pianse e ,scosso dai singhiozzi, si accasciò a terra.
Lì capì che tutto ciò che aveva sempre voluto non era così distante. Per un attimo fu tutto chiaro. Chiaro come non lo era mai stato prima d’allora, come solo il dolore sa far apparire le cose.
Se ne andò dalla campagna e si sposò con una giovane donna di nome Marleen. Ebbe un figlio qualche tempo dopo e gli raccontava sempre della guerra,di ciò che aveva visto di come erano indelebili quei ricordi. Quando naque il quarto figlio, sua moglie morì di malattia.
Il piccolo gli fu messo tra le braccia,addormentato. A lui Tommy diede l’orsetto di pezza della sorella,le scarpe dei fratelli e tutto l’amore che possedeva e che aveva già condiviso con gli altri tre. Gli spiegò l’importanza della famiglia ed ancora di più gli comunicò l’iportanza del tempo e dell’insegnamento.
Diventò insegnante,Tommy. Lo stesso bambino che aveva odiato i suoi professori perchè li reputava dei despoti e degli uomini noiosi. I suoi studenti erano impeccabili,ma credeva che mancassero di personalità. Cercò di conoscerli, uno per uno, di comunicare con loro. Diventò una persona autorevole tra la comunità studentesca. Non era temuto,ma rispettato. Questo era un valore che nessuno avrebbe potuto togliergli. Parlare con i suoi studenti era fin cosa facile rispetto al dialogo con i suoi figli, che sembravano scivolargli dalle dita.
Quando suo figlio prese l’auto e se ne andò, Tommy lo seguì, sotto la neve. Quando lo trovò non lo rimproverò per il suo gesto. Provò invece a spiegargli che i problemi non possono essere risolti scappando o nascondendosi,ma che vanno affrontati. Il dialogo è lo strumento più potente che esista. Ascoltò il figlio, ascoltò di come era stanco di tutto e tutti, di come la suavita sembrasse storta.
Tommy pensò al motivo per cui si era arruolato tempo prima: pensava le stesse cose. Lui non le aveva dette a nessuno, nessuno era lì per ascoltarlo. Rassicurò il figlio e lo riportò a casa,dove gli altri tre lo aspettavano in ansia.
Quando morì, vecchio e stanco, se ne andò nella sua casa,nel suo letto. Sosteneva di aver già visto troppe persone morire in dei letti d’ospedale o per la strada. Morì facendo la cosa che amava di più: leggendo. Andava matto per uelleparole scritte che formavano delle vite, dei fatti; che delienavano gli aspetti psicologici del personaggio e facevano entrare il lettore in un altro corpo. Il suo corpo era troppo stanco e dolorante, diceva, e quello era il modo migliore per andarsene per un po’ e nutrire la mente.
Al funerale vi fu una folla numerosa composta da studenti,conoscenti,amici vecchi e nuovi e,in prima fila i suoi quattro figli,col cuore infranto ma piano di orgoglio per aver conosciuto,amato e fatto parte della vita dell’uomo più straordinario che avessero conosciuto. Reputavano ingiusto che gli fosse stato pertato via così. In camera sua rimasero i suoi libri,i suoi appunti, i compiti non finiti di correggere ed il suo diario. Lì aveva scritto le sue memorie di guerra, i suooi ricordi, i suoi rimpianti. Quando lessero le ultime righe, tutto per i figli fu chiaro come non lo era mai stato:
“Ho vissuto la mia vita, fatto i miei errori che mi hanno portato spesso fuori strada. Non odio i miei sbagli per questo,anzi credo che debba ringraziare principalmente loro per ciò che sono diventato. La vita non è sempre dritta o facile. Non è questo il suo compito. Dobbiamo plasmerci ed imparare a vivere. Vivere è un mestiere. Insegnare è un mestiere. Fare il genitore è un mestiere. Ho trovato la mia strada,dopo essermi smarrito. Non citerò esempi letterari perchè la lista è lunga e poco interessante,a lungo andare. Ho cercato di essere la mia idea di genitore,di non commettere gli errori fatti da altri. Ho sbagliato in buona fede e ritengo di aver imparato la mia lezione, adesso è arrivato il momento che i miei figli,che ho protetto e accudito, trovino la loro spiegazione all’incredibile dono a cui viene attribuito il nome di vita con la speranza che non si accontentino di vivere,ma che vogliano esistere e sfruttare a pieno il loro tempo. Sento che il mio è scaduto,ma è giusto così. Ho fatto il mio tempo,ormai. Che i posteri colgano ciò che di buono ho fatto,scusino ciò che ho scordato,aggiustino ciò che ho rotto e vivano felici per la loro strada,senza dimenticare che essere fratelli significa essere sempre vicini anche quando la comunità ci abbandona. Si ricordino di dire sempre tutto, di fare sempre tutto quando se ne ha l’occasione,perchè non c’è rimpianto più grande delle parole non dette.”
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