Storie a puntate, Sulla scia del Sol

Sulla scia del Sol #5

Quando Roger riprese conoscenza, sentì la neve che gli cadeva morbida sul viso e si scioglieva al contatto.

Qualcuno lo stava portando via,estraendo da qualcosa.
La sua mente era ancora troppo offuscata per riuscire a capire ciò che era successo.
Ricordava solo che erano passate due settimane dal giorno di Natale, stava andando in città con Susan, per comprare alcuni articoli in centro,essenzialmente cose per ricamare e fare la maglia: filo, aghi, stoffa,lana, un cerchio di legno,dei cuscini.. all’improvviso la macchina aveva sbandato ed erano finiti fuori strada. Lì i suoi ricordi si fermavano.
Svenne di nuovo.
Quando si svegliò non era più all’esterno e non aveva più neve in faccia, ma una luce accecante gli colpiva gli occhi.
“Signore, mi sente?” chiese qualcuno alla sua destra.
Roger si voltò e si ritrovò faccia a faccia con un infermiere. Annuì. Voleva chiedergli di abbassare la luce,che lo stava accecando,ma non riuscì a spiaccicare parola. La gola gli bruciava come se non avesse bevuto da giorni e si sentiva tutto dolorante. Come se l’avessero preso a botte con una mazza da baseball fino alla rottura di tutte le ossa.
“Beva.” disse l’uomo e gli porse un bicchiere,alzandogli la testa per aiutarlo.
Quel sorso d’acqua fresca sembrò risuscitarlo dall’oblio in cui era finito. Era come bere nuova linfa vitale e sentirsela correre in tutto il corpo. Si sentiva già meglio e azzardò una piccola domanda.
“Dove sono?” riuscì a dire con voce stentata a roca. Era quasi irriconoscibile.
“All’ospedale cittadino,signore. Ha avuto un brutto incidente d’auto,ma lei non se l’è cavata poi tanto male, in fondo. è stato fortunato.”
Roger riflettè. Sì,con tutta probabilità era stato davvero fortunato.
Un altro pensiero gli corse per la mente,come una scheggia infilata nel cervello. Un pensiero che era  altrettanto doloroso.
” Susan..”riuscì a balbettare, come un bambino che impara a parlare e dice le parole per la prima volta tentennando. Si sentiva umiliato a non riuscire nemmeno a dire tre parole messe in fila.
“Come,scusi?” chiese l’infermiere.
“Mia moglie.” le parole gli uscirono chiare. Guardò l’infermiere dritto negli occhi.
“Intende la donna che era accanto a lei nella vettura?”
Per la seconda volta, Roger fece cenno di sì col capo.
L’infermiere parve indeciso.
“Non si preoccupi adesso. è anche lei qui. Quando si sarà rimesso, potrà vederla.”
Allora era viva. Una punta di sollievo gli riscaldò il cuore. Per la prima volta si ritrovo a ringraziare qualcuno lassù. Erano vivi..grazie al cielo erano vivi… Com’era potuto succedere,però? Perchè la macchina aveva fatto un salto simile? Forse era colpa del ghiaccio (non era il primo incidente che si verificava da quelle parti a causa del maltempo).
Due settimane dopo, in cui aveva appreso di aver riportato fratture multiple in tutto il corpo e di essersi rotto un braccio, a Roger fu finalmente dato il permesso di vedere sua moglie.
Quando lo portarono davanti alla stanza d’ospedale in carrozzina, l’infermiere (di nome Kurt, aveva scoperto Roger) bussò delicatamente alla porta. Venne ad aprire un’infermiera mora che gli sussurrò qualcosa. Bisbigliarono per alcuni momenti per poi tacere ed annuire. Kurt lo portò dentro la stanza.
Susan era seduta sul letto,le gambe tirate su fino al mento, il viso graffiato nascosto in esse. Piangeva.
“Susan? Tesoro?” disse Roger. Non capiva cos’era successo e nemmeno cosa stava succedendo. Che cosa le avevano fatto? Era confuso ed in qualche modo anche arrabbiato.
“Roger?” la voce di sua moglie apparve, flebile, tra i singhiozzi.
“Sì,Susan. Sono io. Sto bene. Tu come..come stai?”
“Oh,Rog. Non te l’hanno detto, non è vero?”
“Dirmi cosa? Cosa ta succedendo?”
L’infermiera intervenne e gli sussurrò una parola nell’orecchio. Una parola che face rapidamente abbassare la sua temperatura corporea e rese il suo corpo così leggero che si sentì galleggiare nel vuoto, che gli provocò il panico: “Cecità”
Roger aveva gli occhi sbarrati. Continuava a guardare sua moglie,senza vederla. Era come se ci guardasse attraverso. Si sentiva male,ma non un male fisico. Un malessere mentale, un disturbo di segnale. Questa notizia lo aveva colto,per così dire, con i pantaloni abbassati.
Si avvicinò lentamente al letto e cinse Susan con le braccia. Adesso aveva anche lui le lacrime agli occhi. Lei tirò su il viso e lo guardò, le lacrime che scendevano lente lungo le gote per rotolare sui suoi capelli biondi. Lo abbracciò e proruppe in forti singhiozzi. Roger continuava pensare che era tutto in incubo, non stava succedendo davvero. Tra poco si sarebbe svegliato nel suo letto, con sua moglie accanto che gli dava una bacio sulla fronte e gli chiedeva se aveva fatto un brutto sogno, poi sarebbero scesi a fare colazione con Delia che saltellava a destra e a sinistra per dargli il buongiorno e magari rubare un croissant dalla tavola, se ci riusciva, Susan sarebbe quindi andata a prendere i ferri per la maglia, o il ricamo e si sarebbe seduta davanti al fuoco mentre lui batteva a macchina come ogni domenica mattina. Doveva essere così. Sapeva che stava cercando di raccontarsi quella dell’uva, per Diana era uno scrittore, sapeva riconoscere una realtà posticcia da quella effettiva,ma quella visione gli dava un senso di calore al petto che non poteva nè voleva allontanare. Strinse a se Susan che ancora piangeva. Voleva tentare di infonderle quel calore, di trasmetterglielo con la forza del pensiero.
I giorni all’ospedale passarono lenti. Sue era sempre piuttosto mogia,ma non piangeva più. Roger gli faceva visita ogni volta che poteva tra un medico e l’altro.
Il primo giorno di primavera, mentre Susan era ancora ricoverata, lui venne dimesso.
Fu sua moglie a spingerlo ad uscire.
Solitamente loro consideravano l’inizio della primavera non come la data sul calendario (20-21 Marzo), ma il giorno in cui tutti i fiori,le piante e gli alberi davano il meglio dei loro colori e dei loro meravigliosi profumi. La resina dei pini, il profumo delicato delle rose, il bel bianco delle margherite, il giallo dei narcisi, il rosa pallido degli alberi di  ciliegio, il viola della lavanda.
Il 3 Aprile,Roger era andato a visitare sua moglie,come di consueto.
L’aveva trovata, per la prima volta,sorridente.
Aveva il viso rivolto verso la finestra e gli occhi chiusi.
“è arrivata la primavera.” aveva detto, voltandosi verso di lui,con un sorriso.
“Cosa?” aveva  chiesto lui, non completamente sicuro di aver sentito bene ciò che aveva detto.
“è arrivata la primavera,Rog. Non senti come sono contenti gli uccellini che preparano i loro nidi? E l’aria è ricca di profumi.”
La primavera era decisamente il periodo dell’anno che Sue preferiva più di ogni altro.
“Sì,sì è vero.” Roger non l’aveva notato. Da un po’ di mesi ormai, non notava più niente. Andava a casa a prendere dei vestiti per Sue, dar da  mangiare a Delia, inghiottire un boccone,farsi una doccia e poi tornava di nuovo in ospedale.
“Tesoro, perchè non vai a casa? Dal tono della tua voce sembri esausto.”
“No,no, sto bene non preoccuparti. Com’è andata?”
“Molto bene,grazie. Mi stanno anche dando lezioni di braille..” di nuovo il sorriso si spense sulle sue labbra “John è ancora tanto arrabbiato?”
“No,non molto.”
Era una bugia. Roger aveva chiamato John due mesi dopo l’incidente (quando gli avevano permesso di avvisare i familiari,prima non lo lasciavano nemmeno avvicinare al telefono) per dirgli di sua sorella. Era corso all’ospedale,sconvolto. Quando era uscito dalla stanza dove vi era sua sorella, gliene aveva dette di tutte i colori. Roger non aveva nemmeno provato a difendersi. Aveva ragione in fondo, era colpa sua. Susan era intervenuta. Era la prima volta che usciva dalla sua stanza..che usciva,in generale, dopo l’incidente. Si era fatta accompagnare da un’infermiera all’esterno, barcollante e preoccupata. Suo fratello l’aveva sorretta e lei lo aveva pregato di non incolpare suo marito, che era stato un incidente, lui non aveva colpa. Ma John non aveva voluto sentire ragioni. L’aveva riaccompagnata in camera, livido di rabbia ,e, quando lei si era  addormentata, aveva detto a Roger che non sapeva se l’avrebbe mai superata. Roger aveva provato a richiamarlo, sotto richiesta di Sue, più e più volte,ma non c’era verso,
ma lui non se la sentiva di dire la verità a sua moglie, non quando sembrava che finalmente si stesse riprendendo.
“Sai dovresti proprio andare fuori e goderti questa giornata meravigliosa,caro”
“Preferisco stare qui con te.” rispose lui prendendole la mano.
“è un peccato buttare via un tal dono del cielo,amore,lo sai. Vai e divertiti per oggi. Ti meriti un po’ di riposo. Salutami tanto Delia,d’accordo?”
Roger sospirò. Non c’era verso di farle cambiare idea quando la metteva in quei termini. La baciò sulla fronte. “D’accordo.”
Quando tornò,la sera, Roger le portò un mazzo di rose rosse, le sue preferite e gliele fece sistemare accanto al letto. Stava già dormendo. Prese una sedia e si sedette,pronto a vegliarla per un’altra notte. Nonostante le proteste delle infermiere non poteva rinunciare a starle vicino. Il senso di colpa gli appesantiva il petto. La prima notte era tornato a casa ed aveva provato a dormire,ma non ce l’aveva fatta. Aveva pianto come un bambino. Se ne vergognava ancora adesso. Si era sentito stupido,ma non aveva potuto farci niente. Non riusciva a vedere il suo letto così vuoto. Quella casa non gli era mai sembrata così spenta. Aveva salutato Delia ed era ritornato all’ospedale. L’aveva guardata riposare per tutta la notte, finchè non si era addormentato anche lui. Il medico lo lasciava entrare a suo piacimento sostenendo che la sua era un’influenza positiva. Bastava che non disturbasse le infermiere. Si appiattiva in un angolo della stanza, mimetizzandosi con la parete,pronto ad aiutare i medici o a rassicurarla se si svegliava di soprassalto. Biasimava il fratello,che non la veniva mai a trovare. Susan ci pativa,era evidente,ma stringeva i denti ed andava avanti.
Roger era convinto che assieme non c’era nulla che non potessero fare. “I brutti momenti sono fatti per essere superati” gli aveva detto sua madre,prima di che si sposassero, quando le aveva confidato l’intenzione di voler chiedere a Sue di diventare sua moglie “e se si è in due a superarli è molto meglio. Bisogna sostenersi a vicenda,sempre. In ognuno sta la vera forza dell’altro.”
Roger si ritrovò a ripensarci in quelle notti e constatò che mai erano state pronunciate parole più vere.
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