Sensations&Thinkings

Non ci sono più i principi azzurri..ma neanche le principesse!

Spesso noi donne ci lamentiamo che gli uomini di oggi non sono sufficientemente romantici.
A sentirci sembra che siamo disposte a cambiare il nostro uomo con un cavaliere in armatura,la spada sguainata pronto ad uccidere il drago e a tirarci fuori dalla torre in cui siam state rinchiuse.
Ammettiamolo, i tempi sono cambiati.
Se è vero che la razza dei “cavalieri senza macchia e senza paura” si è estinta, con l’avvento dell’età moderna, anche quella delle principesse è andata scomparendo.
L’autonomia guadagnata da noi donne ci ha consentito di diventare, per così dire, salvatrici di noi stesse, rendendo così inutile la presenza del valoroso eroe che ha appeso la spada al chiodo.
Frequentiamo corsi di karate, judo, taekwondo, ju jitsu e chi più ne ha e più ne metta, sappiamo le vie delle città a memoria, vestiamo in abiti comodi e pratici..perchè mai dovremmo trovarci nella condizione di essere liberate? Perchè dobbiamo passare sempre per poveri pulcini bagnati bisognosi di protezione?
E,se anche il Principe Azzurro, bussasse alla nostra porta, davvero usciremo con un tizio vestito di azzurro dalla testa ai piedi che gira su un cavallo bianco?
Il principe, masso alle strette dall’evoluzione femminile, non è scomparso,ma, come tutte le specie, si è adattato per sopravvivere. è nascosto da una maschera di rifiuto,d’indifferenza e di spavalderia,ma ci sorprende scoprire che basta scavare un poco per riportare alla luce quelle qualità che faceva del principe il Principe.
A tutti piace l’atmosfera, il romanticismo. Chi non ha mai sognato di trovare un partner comprensivo, deciso, che lo facesse sentire forte anche quando i tempi erano disperati? Qualcuno con cui parlare di tutto, confidarsi,sfogarsi,capirsi nel profondo. Tutti,credo. A furia di cercare prima o poi si trova,ne sono convinta.
Certo,si sbaglia lungo la strada,chi non lo fa, ma sono i nostri errori a metterci sul giusto cammino e a mostrarci la via.
Una vita da film non è possibile,ma è possibile un vita serena. Cosa c’è di più bello che la nostra idea di perfezione?
In conclusione: noi donne non dobbiamo mai smettere di “remare” verso di voi,se davvero valete la pena di affrontare la tempesta che si mostra all’orizzonte. In fin dei conti, se ci si abitua ai gesti esageratamente mielosi, tutto sa di zucchero, non si conosce più l’attesa,la novità finchè non ci cariamo i denti, ma se le sorprese sono reali,se sono sentite, se in un gesto vediamo la passione,la volontà, l’affetto, solo quel gesto varrà come cento.

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Pensieri sparsi

Questions

è strano,ma non più di tanto.

Punti tutto su di una persona e poi,così, senza un perchè, perdi ogni cosa.
Capita tutti i giorni,no?
Non dovrei starci male ed invece..beh eccomi qui a parlarn..ehm,a scriverne.
Ci sto male,sì ma perchè? Sono tutti castelli? Sono solo fisime mie personali oppure,come nelle leggende, si nasconde un fondo di verità?
Dovrei smettere di preoccuparmi e lasciarmi trasportare dalla corrente o provare a remare contro,rischiando di affogare o , peggio ancora, di ritrovarmi su di un’isola deserta?
La domanda chiave è: ne vale la pena?
Più ci ripenso e più mi convinco che se mi facessi meno problemi vivrei meglio,ma che la mia vita sarebbe più vuota.
Devo smetterla di leggere Shakespeare,King, Poe, Montale, Hawking e darmi solo a letture più leggere e meno cariche di contenuti,forse? No. Il problema non risiede lì e ,se anche vi risiedesse, non smetterei lo stesso.
Alle volte tutto ciò di cui avrei bisogno è una piccola vacanza dal mio carattere. Divertirmi, lasciare le redini della ragione e del buon senso e vagare a briglia sciolta.
Perchè è così difficile vivere?
Perchè non sappiamo far altro che collezionare piccole delusioni?
Il mondo è un mondo crudele, spietato. Soppravvive il più forte. Ma come si fa ad essere forti in un mondo che ci cresce deboli, in una società che ha soppresso gli istinti incatenandosi solo alle ferree leggi della mente ed abbandonando il lato umano che aveva per far sempre più posto allle macchine?
Come si fa a mettere in pausa ed a cercare nuove prospettive?
Come si fa a vivere una vita serena?
Come si possono evitare le pugnalate alle spalle?
Non si può. Si va solo avanti.. e si spera in meglio.
You tried so hard to be someone
that you forgot who you are
You tried to fill some emptiness
‘till all you had spilled over
Now everything’s so far away
that you don’t know where you are..
Jet; Hold on
[TR. IT. Ha provato così tanto ad essere qualcuno che hai dimenticato chi sei. Hai provato a riempire un vouto, fino a che tutto ciò che avevi si è riversato fuori. Ora tutto è così distante che non sai dove sei..]
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Storie

Tommy

Il piccolo Tommy era l’ultimo nato nella famiglia Brashaw.

Già da appena nato gli fu messo in braccio un piccolo orsetto di pezza appratente a suo fratello Brody.
All’età di un anno,quando spense la prima candelina, gli furono regalate le scarpe di sua sorella Lucy, così carine di un lucido nero e così maschili,quasi non si notava che erano state destinate ad una bambina.
A sei anni, il primo giorno di scuola, la mamma gli diede un bacio sulla sua piccola fronte,mentre allacciava il suo grembiulino,prestatogli dal cugino Robert e gli diceva che sarebbe tornata presto a prenderlo.
Per tutta l’adolescenza continuò a prendere in prestito gli abiti dall’armadio dei suoi due fratelli maschi Brody e Chris.
Odiava la scuola e faceva di tutto per saltarla. Tanto, diceva, queste cose non troveranno mai spazio nella mia testa. Sono una testa vuota, impossibile da riempire.
Una sera prese in prestito la moto del padre e fece la sua prima corsa sulla stradina di campagna che conduceva a casa loro. Andò lontano, lontano da casa, dalla famiglia, dalle certezze, ma i dubbi lo seguirono anche lì e,quando capì che essi erano impossibili da seminare, che non vi era motore o mezzo sufficientemente potente da fargli perdre le sue tracce, tornò indietro, prendendosi tutta la pioggia sulla via del ritorno. Quando mise di nuovo piede in casa fu abbracciato e rimproverato per il suo comportamento. Occhiate di fuoco tra lui ed il padre, quella sera.
Quando compì ventitrè anni si arruolò nell’esercito ed andò a combattere al fronte. Mentre era lì,solo, le bombe che cadevano, i proiettili che squarciavano l’aria con un sibilo omicida vicino alle sue orecchie, pensò che avrebbe dato via ogni cosa che possedeva per tornare a casa.
Quando gli annunciarono che avevano vinto,che la guerra era finita, non esultò con gli altri compagni. Stette in disparte, gli occhi incapaci di non mostrare le immagini di dolore e di morte a cui avevano assistito.
Il giorno dopo prese il treno per casa. Già immaginava il volto di sua madre e l’espressione severa di suo padre al suo rientro. Loro sarebbero stati lì,alla stazione. Il suo compagno, Jack, gli disse che la sua Samantha aspettava un bambino e che il piccolo doveva avere più o meno un anno. Bob gli riferì che sua moglie lo aspettava alla stazione e che avrebbe sventolato un fazzolettino rosso per farsi riconoscere tra la folla.
Qaundo il treno si fermò con un fischio, la gente si accalcò lì vicino e Tommy guardò dal finestrino,ma non vide suo padre o sua madre. Quando scese dal treno riconobbe una sola persona lì vicino. La loro vicina di casa, Lilian. Gli chiese,con un pizzico di orrore nella sua voce. La ragazza lo guardò e scoppiò in lacrime. A Tommy fu più che sufficente. La portò con sè,Lilian, anche lei rimasta sola a combattere contro una realtà difficile e crudele,che non perdonò ai suoi genitori e a quelli di lui il tempo trascorso.
La casa distrutta. Non vi era più niente.
Tommy pensò a tutte le volte che si era lamentato della sua famiglia, del pranzo,della cene,del pulirsi le scarpe prima di entrare, del portar fuori la spazzatura, del divieto di usare la moto, della roba di seconda e terza mano che riceveva e di tante altre cose. Pianse e ,scosso dai singhiozzi, si accasciò a terra.
Lì capì che tutto ciò che aveva sempre voluto non era così distante. Per un attimo fu tutto chiaro. Chiaro come non lo era mai stato prima d’allora, come solo il dolore sa far apparire le cose.
Se ne andò dalla campagna e si sposò con una giovane donna di nome Marleen. Ebbe un figlio qualche tempo dopo e gli raccontava sempre della guerra,di ciò che aveva visto di come erano indelebili quei ricordi. Quando naque il quarto figlio, sua moglie morì di malattia.
Il piccolo gli fu messo tra le braccia,addormentato. A lui Tommy diede l’orsetto di pezza della sorella,le scarpe dei fratelli e tutto l’amore che possedeva e che aveva già condiviso con gli altri tre. Gli spiegò l’importanza della famiglia ed ancora di più gli comunicò l’iportanza del tempo e dell’insegnamento.
Diventò insegnante,Tommy. Lo stesso bambino che aveva odiato i suoi professori perchè li reputava dei despoti e degli uomini noiosi. I suoi studenti erano impeccabili,ma credeva che mancassero di personalità. Cercò di conoscerli, uno per uno, di comunicare con loro. Diventò una persona autorevole tra la comunità studentesca. Non era temuto,ma rispettato. Questo era un valore che nessuno avrebbe potuto togliergli. Parlare con i suoi studenti era fin cosa facile rispetto al dialogo con i suoi figli, che sembravano scivolargli dalle dita.
Quando suo figlio prese l’auto e se ne andò, Tommy lo seguì, sotto la neve. Quando lo trovò non lo rimproverò per il suo gesto. Provò invece a spiegargli che i problemi non possono essere risolti scappando o nascondendosi,ma che vanno affrontati. Il dialogo è lo strumento più potente che esista. Ascoltò il figlio, ascoltò di come era stanco di tutto e tutti, di come la suavita sembrasse storta.
Tommy pensò al motivo per cui si era arruolato tempo prima: pensava le stesse cose. Lui non le aveva dette a nessuno, nessuno era lì per ascoltarlo. Rassicurò il figlio e lo riportò a casa,dove gli altri tre lo aspettavano in ansia.
Quando morì, vecchio e stanco, se ne andò nella sua casa,nel suo letto. Sosteneva di aver già visto troppe persone morire in dei letti d’ospedale o per la strada. Morì facendo la cosa che amava di più: leggendo. Andava matto per uelleparole scritte che formavano delle vite, dei fatti; che delienavano gli aspetti psicologici del personaggio e facevano entrare il lettore in un altro corpo. Il suo corpo era troppo stanco e dolorante, diceva, e quello era il modo migliore per andarsene per un po’ e nutrire la mente.
Al funerale vi fu una folla numerosa composta da studenti,conoscenti,amici vecchi e nuovi e,in prima fila i suoi quattro figli,col cuore infranto ma piano di orgoglio per aver conosciuto,amato e fatto parte della vita dell’uomo più straordinario che avessero conosciuto. Reputavano ingiusto che gli fosse stato pertato via così. In camera sua rimasero i suoi libri,i suoi appunti, i compiti non finiti di correggere ed il suo diario. Lì aveva scritto le sue memorie di guerra, i suooi ricordi, i suoi rimpianti. Quando lessero le ultime righe, tutto per i figli fu chiaro come non lo era mai stato:
“Ho vissuto la mia vita, fatto i miei errori che mi hanno portato spesso fuori strada. Non odio i miei sbagli per questo,anzi credo che debba ringraziare principalmente loro per ciò che sono diventato. La vita non è sempre dritta o facile. Non è questo il suo compito. Dobbiamo plasmerci ed imparare a vivere. Vivere è un mestiere. Insegnare è un mestiere. Fare il genitore è un mestiere. Ho trovato la mia strada,dopo essermi smarrito. Non citerò esempi letterari perchè la lista è lunga e poco interessante,a lungo andare. Ho cercato di essere la mia idea di genitore,di non commettere gli errori fatti da altri. Ho sbagliato in buona fede e ritengo di aver imparato la mia lezione, adesso è arrivato il momento che i miei figli,che ho protetto e accudito, trovino la loro spiegazione all’incredibile dono a cui viene attribuito il nome di vita con la speranza che non si accontentino di vivere,ma che vogliano esistere e sfruttare a pieno il loro tempo. Sento che il mio è scaduto,ma è giusto così. Ho fatto il mio tempo,ormai. Che i posteri colgano ciò che di buono ho fatto,scusino ciò che ho scordato,aggiustino ciò che ho rotto e vivano felici per la loro strada,senza dimenticare che essere fratelli significa essere sempre vicini anche quando la comunità ci abbandona. Si ricordino di dire sempre tutto, di fare sempre tutto quando se ne ha l’occasione,perchè non c’è rimpianto più grande delle parole non dette.”
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Storie a puntate, Sulla scia del Sol

Sulla scia del Sol #6

Susan tornò a casa alcuni mesi dopo, verso la fine dell’estate.

Arrivarono a casa la sera e, non appena infilò la chiave nella toppa, giunse il dolce abbaiare di Delia dall’interno. Roger teneva la mano a sua moglie. Tremava. Non lei,lui.
Non appena aprì la porta Delia si avvicinò a Sue con circospezione. La donna le tese una mano e la cagnolina le diede la zampa come a voler dire ‘Sono contenta che tu sia tornata,ma c’è qualcosa di diverso ed io non voglio farti male perchè so di essere irruenta e sbadata a volte.’.
Sue fece alcuni passi in avanti e sfiorò il tessuto celeste della poltrona con le dita fino al bracciolo, poi si sedette e si mise la testa tra le mani.
“Va tutto bene,tesoro?” chiese Roger un po’ preoccupato.
Andava tutto bene? Certo che no. Andava tutto male. La casa che tanto aveva amato e ,alle volte, data per scontata, era diventata un tuffo nei ricordi. Nei colori,nelle forme. Pensò al romanzo che aveva sul comodino,non finito. Alla sua coperta a fiori bianci e rosa su sfondo celeste, al dolce muso di Delia, al volto di Roger.. non avrebbe mai potuto rivederli. I medici dicevano che ci si sarebbe abituata. No. Mai. Non ci si può abituare ad una cosa del genere..o sì? Avrebbe imparato a conviverci, come per il fatto di non poter formare una famiglia completa. Era una sua decisione,ma Roger non avrebbe dovuto soffreire per questo, era già abbastanza distrutto. Aspettò un paio di secondi prima di rispondere. Quando ritenne che la sua voce era un po’ più ferma, si decise a rispondere.
“Sto bene, Rog.”
“Sicura? Il dottore ha detto che potresti avere una sorta di shock, che è perfettamente normale.”
“è tutto a posto, caro, davvero. Non agitarti.”
“Vuoi un po’ di the?” Non appena ebbe pronunciato quelle cinque parole, si sentì un’idiota. The? D’estate?? Evidentemente si stava attenendo alla regola che sua madre gli aveva ficcato del cervello: quando una persona sta male e soffre (non importa il motivo) una bevanda calda non può che fare del bene. Però ad Agosto..
“Sì,grazie.” rispose lei,sorridendo.
Roger sorrise a sua volta ed andò in cucina. Non appena non poterono più essere visti, entrambi i loro sorrisi si spensero, come la flebile fimma di una candela che scompare con un colpo di vento.
Roger si appoggiò al bancone con i gomiti e sospirò. Lo sguardo gli si posò sul frigorifero,sulla foto di lui e Sue in spiaggia tre anni prima. Poi sul post-it posto sotto di essa, scritto quattro giorni prima dell’incidente “Sono a fare la spesa in paese con Lydia. Porto Delia con me. Fai il bravo 😉 Torno presto. Ti amo.” Poche frasi. Poche csemplici frasi che aveva dato per scontate lì per lì, quando la vita sembrava andare nella direzione giusta, quando credeva che tutto sarebbe andato così per sempre.
Delia arrivò scodinzolando.
“No,Delia. Non è per te. è the.” le disse,sollevando la tazza fumante. “Acqua con delle erbe. Non è roba per cani.”
Delia parve non capire e continuò a scodinzolare e a spingerlo delicatamente con il muso.
“Ok, hai vinto. Ti darò un po’ d’acqua fresca,così potrai bere anche tu.”
Prese la ciotola una vecchia scodella rosa con sopra scritto a caraterri cubitali “Delia beve qui”, con l’indelebile.) la riempì d’acqua del rubinetto e la riposò sul pavimento. Poi rientrò in sala.
Susan era sempre seduta sulla poltrona e reggeva qualcosa in mano. Non appena si fu avvicinato Roger vide che l’oggetto era la foto del loro matrimonio. Era tenuta in una cornice che suo padre aveva intagliato appositamente con dei simboli che, secondo lui, erano di buon auspicio. Ora sfiorava quello che poteva essere il dorso di un ippopotamo e ora il muso di un coccodrillo. Roger stette un po’ a fissarla con le tazze di the in mano,senza saper cosa dire.
“Te la ricordi?” chiese Sue, ad un tratto.
“Sì.” rispose lui, posando le tazze sul tavolino e sedendosi accanto a lei.
“Secondo tuo padre, questa cornice doveva portare la felicità e la fortuna sul nostro matrimonio.”
“Sì..almeno così diceva.”
“Io credo che avesse ragione. Non avrei potuto essre più fortunata. Non esiste uomo migliore.”
Il modo in cui lo disse lo fece quasi arrossire. Erano parole pronunciate con una sincerità totale. Non c’erano sbavature, pause, cambiamenti di tono. Era la tonalità con cui i bambini ti dicono che il sole brilla perchè un drago di fuoco lo sta plasmando. Perchè ci credono e basta.Non c’è il pasticcio dei sentimenti contrapposti degli adulti, delle false cortesie..e semplice verità.
“Sai, penso la stessa cosa di te,Susan.” disse lui,abbracciandola.
Delia abbaiò e poggiò le sue grosse zampe anteriori sul grembo di Susan.
“Vogliamo bene anche a te,Delia!” disse Susan, ridendo assieme a Roger, con la cagnolina che scodinzolava felice.
Alcune sere dopo,Susan volle provare a salire le scale da sola.
“Non mi fido. E se cadi? Se metti un piede nel modo sbagliato? Se Delia passa correndo e..?”
Susan gli posò delicatamente l’indice sulle labbra.
“E se piovessero mucche? Andiamo..posso farcela. Delia sta molto attenta a non scontrarmi..a proposito come sono andate le lezioni di cane guida?”
“Delia è ..una vera frana. Dovremmo andare tutti e due, sono sicuro che con te alla guida si comporterebbe diversamente.”
“Va bene,vorrà dire che Lunedì verrò con voi. Ora lasciami fare le scale,per favore.”
Voleva salire quelle scale. Voleva dimostrare a Roger e a se stessa che era in grado di cavarsela anche da sola  che Roger doveva essere meno preoccupato. Fece i gradini, contandoli mentalmente, reggendosi al corrimano. Quando arrivò in cima aveva un sorriso di trionfo stampato in faccia.
“Visto?” disse rivolta al marito,che si mise a ridere.
“Va bene, ok. Avevi ragione”
“Certo che avevo ragione. Non mi raggiungi di sopra?”
“Arrivo subito.” in meno di tre minuti era accanto a lei.
Si coricarono e Sue sfiorò il suo libro. Roger la guardò.
“A che punto eri arrivata?”
“Cosa?”
“A che punto della storia eri arrivata?”
“Uh..circa a metà,credo. Sarah e Leonard stavano passeggiando per il parco,ma il padre di lei li vede ed inizia ad inveire contro di lui..”
“Passami il libro,cara.”
Susan glielo passò,confusa.
“Allora..mettiti comoda.” Roger si scharì la voce. ” Era ancora lì, il padre, livido di rabbia. Lionel si sentiva piccolo piccolo. In compenso Sarah era furiosa..
Roger lesse fino a che Susan non si fu addormentata. Poi le diede un bacio sulla fronte e ripose il libro,quasi finito. Quello era il minimo che potesse fare per lei. Farla sognare,ancora una volta. I libri avevano sempre suscitato quel fascino per loro due: li facevano entrare in un altro mondo,un mondo che Susan poteva ancora vedere con occhi che non si spengono mai.
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L&L : Lavori vari

11 Settembre 2012

In questi anni se ne sono dette tante su ciò che accadde quel giorno, l’undici Settmbre 2001.

Si sono dette tante cose e a nessuno è concesso sapere se veritiere o meno.
Si è discusso sul ruolo giocato dalla CIA, dai terroristi e tutto il resto.
Dopo tanto tempo, ritengo che solo una cosa si sa per certo di quel giorno: sono morte centinaia di persone innocenti.
“Gli attacchi terroristici dell’ 11 Settembre causarono circa 3000 vittime. Nell’attacco alle Torri Gemelle morirono 2752 persone, tra queste 343 Vigili del Fuoco e 60 poliziotti. [..] Le vittime degli attentati furono 2947, esclusi i 19 dirottatori, 246 sui quattro aereoplani (88 sul volo American Airlines 11; 59 sul volo United Airlines 175; 59 sull’American Airlines 77; e 40 sul volo United 93; non ci fu alcun superstite.)  2603 a New York e 125 al Pentagono. Altre 24 persone sono ancora elencate tra i dispersi. Tutte le vittime erano civili a parte 55 militari uccisi al Pentagono.”
Ricordiamo queste persone innocenti,che non avevano nessuna colpa se non quella di essere al lavoro, servire il paese ed essere su uno di quegli aereoplani.
Ricordiamo che cose del genere non smettono di accadere.
Preghiamo, qualunque sia la nostra religione,la nostra provenienza, i nostri legami, per quelle persone che non ci sono più, che se ne sono andate quel giorno buio che è stato l’11 Settembre e per le famiglie delle vittime che quel giorno hanno perso una madre, un padre, una sorella, un fratello, un figlio o una figlia.
Consideriamo la nostra condizione e cogliamo sempre l’opportunità di amare chi ci sta accanto.
“Where were you when the world stopped turning on that September day?
Were you in the yard with your wife and children
or working in some stage in L.A?
Did you stand there in shock at the sight of that black smoke
rising against the blue sky?
Did you shout in anger, in fear for your neighbour
or did you just sit down and cry?
Did you weep for the children who lost their dear loved ones
and pray for the others who don’t know?
Did you rajoice for people who walked from the rubble
and sob for the ones left below?
Did your burst out with pride for the red, white, and blue
and the heroes who died just doing what they do?
Did you look up to heaven for some kind of answers
and look at yourself and what really matters?
I’m just a singer of simple songs
I’m not a real political man.
I watch CNN,
but I’m not sure I can tell you
the difference between Iraq and Iran.
But I know Jesus and I talk to God
and I remember this from when I was young
Faith,hope and love are some good things he gave us,
and the greatest is love.
Where were you when the world stop turning on that September day?
Were you teaching a class full of innocent children
or driving down some cold interstate?
Did you feel guilty ‘cause you’re a survivor,
in a crowded room did you feel alone?
Did you call up you mother and tell her you loved her?
Did you dust off that Bible at home?
Did you open your eyes, hope it never happened
close your eyes and not go to sleep?
Did you notice the sunset the first time in ages
or speak to some stranger on the street?
Did you lay down at night and think of tomorrow
or go out and buy you a gun?
Did you turn off that violent old movie you were watching
and turn on “I love Lucy” reruns?
Did you go to a church and hold hands with some strangers
Did you stand in line and give your own blood?
Did you just stay home and cling tight to your family
thank God you had somebody to love?
[..]”
Alan Jackson;
(Where were you) when the world stopped turning
(Traduzione (fatta da me): Dov’eri quando il mondo si è fermato, quel giorno di Settembre? Eri nel giardino con tua moglie ed i tuoi figli o a lavorare in qualche palco a Los Angeles? Sei rimasto lì in piedi in stato di shock di fronte alla vista di quel fumo nero contro il cielo azzurro? Hai gridato per rabbia, per preoccupazione per il tuo vicino o ti sei semplicemente seduto ed hai pianto? Hai pianto per i bambini che hanno perso i loro cari e per quelli che non lo sanno? Hai gioito per le persone che venivano fuori dalle macerie e pianto per quelle che sono state lasciate sotto? Hai avuto un moto d’orgoglio per il rosso, bianco e blu e per gli eroi che sono morti facendo ciò che fanno di solito? Hai alzato lo sguardo al cielo cercando qualche tipo di risposta, hai guardato te stesso e ciò che davvero importa? Sono solo un cantante di canzoni semplici, non sono un vero politico. Guardo la CNN,ma non saprei dirti la differenza tra Iraq ed Iran. Ma conosco Gesù e parlo con Dio, e da quando ero bambino mi ricordo questo: la fede,la speranza e l’amore sono alcune delle cose buone che ci ha dato e la più grande è l’amore. Dov’eri quando il modo si è fermato,in quel giorno di Settembre? Stavi insegnando ad una classe piena di bambini innocenti oppure stavi guidando lungo una fredda intestatale? Ti sei sentito colpevole perchè sei un sopravvissuto, ti sei sentito solo in una stanza affollata? Hai chiamato tua madre e le hai detto che le volevi bene? Hai rispolverato quella vecchia Bibbia che hai a casa? Hai aperto i tuoi occhi, sperando che non fosse mai successo, hai chiuso i tuoi occhi e non sei andato a dormire? Hai notato il tramonto per la prima volta da anni o parlato con qualche sconosciuto per la strada? Ti sei coricato la notte pensando al domani o sei uscito e ti sei comprato una pistola? Hai spento quel vecchio film violento che stavi guardando e messo sulle repliche di”I love Lucy”? Sei andato in una chiesa ed hai stretto le tue mani a qualche sconosciuto, ti sei messo in fila ed hai donato il tuo proprio sangue? Sei solo rimasto a casa e ti sei stretto alla tua famiglia,ringraziando Dio di avere qualcuno da amare?)
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Storie a puntate, Sulla scia del Sol

Sulla scia del Sol #5

Quando Roger riprese conoscenza, sentì la neve che gli cadeva morbida sul viso e si scioglieva al contatto.

Qualcuno lo stava portando via,estraendo da qualcosa.
La sua mente era ancora troppo offuscata per riuscire a capire ciò che era successo.
Ricordava solo che erano passate due settimane dal giorno di Natale, stava andando in città con Susan, per comprare alcuni articoli in centro,essenzialmente cose per ricamare e fare la maglia: filo, aghi, stoffa,lana, un cerchio di legno,dei cuscini.. all’improvviso la macchina aveva sbandato ed erano finiti fuori strada. Lì i suoi ricordi si fermavano.
Svenne di nuovo.
Quando si svegliò non era più all’esterno e non aveva più neve in faccia, ma una luce accecante gli colpiva gli occhi.
“Signore, mi sente?” chiese qualcuno alla sua destra.
Roger si voltò e si ritrovò faccia a faccia con un infermiere. Annuì. Voleva chiedergli di abbassare la luce,che lo stava accecando,ma non riuscì a spiaccicare parola. La gola gli bruciava come se non avesse bevuto da giorni e si sentiva tutto dolorante. Come se l’avessero preso a botte con una mazza da baseball fino alla rottura di tutte le ossa.
“Beva.” disse l’uomo e gli porse un bicchiere,alzandogli la testa per aiutarlo.
Quel sorso d’acqua fresca sembrò risuscitarlo dall’oblio in cui era finito. Era come bere nuova linfa vitale e sentirsela correre in tutto il corpo. Si sentiva già meglio e azzardò una piccola domanda.
“Dove sono?” riuscì a dire con voce stentata a roca. Era quasi irriconoscibile.
“All’ospedale cittadino,signore. Ha avuto un brutto incidente d’auto,ma lei non se l’è cavata poi tanto male, in fondo. è stato fortunato.”
Roger riflettè. Sì,con tutta probabilità era stato davvero fortunato.
Un altro pensiero gli corse per la mente,come una scheggia infilata nel cervello. Un pensiero che era  altrettanto doloroso.
” Susan..”riuscì a balbettare, come un bambino che impara a parlare e dice le parole per la prima volta tentennando. Si sentiva umiliato a non riuscire nemmeno a dire tre parole messe in fila.
“Come,scusi?” chiese l’infermiere.
“Mia moglie.” le parole gli uscirono chiare. Guardò l’infermiere dritto negli occhi.
“Intende la donna che era accanto a lei nella vettura?”
Per la seconda volta, Roger fece cenno di sì col capo.
L’infermiere parve indeciso.
“Non si preoccupi adesso. è anche lei qui. Quando si sarà rimesso, potrà vederla.”
Allora era viva. Una punta di sollievo gli riscaldò il cuore. Per la prima volta si ritrovo a ringraziare qualcuno lassù. Erano vivi..grazie al cielo erano vivi… Com’era potuto succedere,però? Perchè la macchina aveva fatto un salto simile? Forse era colpa del ghiaccio (non era il primo incidente che si verificava da quelle parti a causa del maltempo).
Due settimane dopo, in cui aveva appreso di aver riportato fratture multiple in tutto il corpo e di essersi rotto un braccio, a Roger fu finalmente dato il permesso di vedere sua moglie.
Quando lo portarono davanti alla stanza d’ospedale in carrozzina, l’infermiere (di nome Kurt, aveva scoperto Roger) bussò delicatamente alla porta. Venne ad aprire un’infermiera mora che gli sussurrò qualcosa. Bisbigliarono per alcuni momenti per poi tacere ed annuire. Kurt lo portò dentro la stanza.
Susan era seduta sul letto,le gambe tirate su fino al mento, il viso graffiato nascosto in esse. Piangeva.
“Susan? Tesoro?” disse Roger. Non capiva cos’era successo e nemmeno cosa stava succedendo. Che cosa le avevano fatto? Era confuso ed in qualche modo anche arrabbiato.
“Roger?” la voce di sua moglie apparve, flebile, tra i singhiozzi.
“Sì,Susan. Sono io. Sto bene. Tu come..come stai?”
“Oh,Rog. Non te l’hanno detto, non è vero?”
“Dirmi cosa? Cosa ta succedendo?”
L’infermiera intervenne e gli sussurrò una parola nell’orecchio. Una parola che face rapidamente abbassare la sua temperatura corporea e rese il suo corpo così leggero che si sentì galleggiare nel vuoto, che gli provocò il panico: “Cecità”
Roger aveva gli occhi sbarrati. Continuava a guardare sua moglie,senza vederla. Era come se ci guardasse attraverso. Si sentiva male,ma non un male fisico. Un malessere mentale, un disturbo di segnale. Questa notizia lo aveva colto,per così dire, con i pantaloni abbassati.
Si avvicinò lentamente al letto e cinse Susan con le braccia. Adesso aveva anche lui le lacrime agli occhi. Lei tirò su il viso e lo guardò, le lacrime che scendevano lente lungo le gote per rotolare sui suoi capelli biondi. Lo abbracciò e proruppe in forti singhiozzi. Roger continuava pensare che era tutto in incubo, non stava succedendo davvero. Tra poco si sarebbe svegliato nel suo letto, con sua moglie accanto che gli dava una bacio sulla fronte e gli chiedeva se aveva fatto un brutto sogno, poi sarebbero scesi a fare colazione con Delia che saltellava a destra e a sinistra per dargli il buongiorno e magari rubare un croissant dalla tavola, se ci riusciva, Susan sarebbe quindi andata a prendere i ferri per la maglia, o il ricamo e si sarebbe seduta davanti al fuoco mentre lui batteva a macchina come ogni domenica mattina. Doveva essere così. Sapeva che stava cercando di raccontarsi quella dell’uva, per Diana era uno scrittore, sapeva riconoscere una realtà posticcia da quella effettiva,ma quella visione gli dava un senso di calore al petto che non poteva nè voleva allontanare. Strinse a se Susan che ancora piangeva. Voleva tentare di infonderle quel calore, di trasmetterglielo con la forza del pensiero.
I giorni all’ospedale passarono lenti. Sue era sempre piuttosto mogia,ma non piangeva più. Roger gli faceva visita ogni volta che poteva tra un medico e l’altro.
Il primo giorno di primavera, mentre Susan era ancora ricoverata, lui venne dimesso.
Fu sua moglie a spingerlo ad uscire.
Solitamente loro consideravano l’inizio della primavera non come la data sul calendario (20-21 Marzo), ma il giorno in cui tutti i fiori,le piante e gli alberi davano il meglio dei loro colori e dei loro meravigliosi profumi. La resina dei pini, il profumo delicato delle rose, il bel bianco delle margherite, il giallo dei narcisi, il rosa pallido degli alberi di  ciliegio, il viola della lavanda.
Il 3 Aprile,Roger era andato a visitare sua moglie,come di consueto.
L’aveva trovata, per la prima volta,sorridente.
Aveva il viso rivolto verso la finestra e gli occhi chiusi.
“è arrivata la primavera.” aveva detto, voltandosi verso di lui,con un sorriso.
“Cosa?” aveva  chiesto lui, non completamente sicuro di aver sentito bene ciò che aveva detto.
“è arrivata la primavera,Rog. Non senti come sono contenti gli uccellini che preparano i loro nidi? E l’aria è ricca di profumi.”
La primavera era decisamente il periodo dell’anno che Sue preferiva più di ogni altro.
“Sì,sì è vero.” Roger non l’aveva notato. Da un po’ di mesi ormai, non notava più niente. Andava a casa a prendere dei vestiti per Sue, dar da  mangiare a Delia, inghiottire un boccone,farsi una doccia e poi tornava di nuovo in ospedale.
“Tesoro, perchè non vai a casa? Dal tono della tua voce sembri esausto.”
“No,no, sto bene non preoccuparti. Com’è andata?”
“Molto bene,grazie. Mi stanno anche dando lezioni di braille..” di nuovo il sorriso si spense sulle sue labbra “John è ancora tanto arrabbiato?”
“No,non molto.”
Era una bugia. Roger aveva chiamato John due mesi dopo l’incidente (quando gli avevano permesso di avvisare i familiari,prima non lo lasciavano nemmeno avvicinare al telefono) per dirgli di sua sorella. Era corso all’ospedale,sconvolto. Quando era uscito dalla stanza dove vi era sua sorella, gliene aveva dette di tutte i colori. Roger non aveva nemmeno provato a difendersi. Aveva ragione in fondo, era colpa sua. Susan era intervenuta. Era la prima volta che usciva dalla sua stanza..che usciva,in generale, dopo l’incidente. Si era fatta accompagnare da un’infermiera all’esterno, barcollante e preoccupata. Suo fratello l’aveva sorretta e lei lo aveva pregato di non incolpare suo marito, che era stato un incidente, lui non aveva colpa. Ma John non aveva voluto sentire ragioni. L’aveva riaccompagnata in camera, livido di rabbia ,e, quando lei si era  addormentata, aveva detto a Roger che non sapeva se l’avrebbe mai superata. Roger aveva provato a richiamarlo, sotto richiesta di Sue, più e più volte,ma non c’era verso,
ma lui non se la sentiva di dire la verità a sua moglie, non quando sembrava che finalmente si stesse riprendendo.
“Sai dovresti proprio andare fuori e goderti questa giornata meravigliosa,caro”
“Preferisco stare qui con te.” rispose lui prendendole la mano.
“è un peccato buttare via un tal dono del cielo,amore,lo sai. Vai e divertiti per oggi. Ti meriti un po’ di riposo. Salutami tanto Delia,d’accordo?”
Roger sospirò. Non c’era verso di farle cambiare idea quando la metteva in quei termini. La baciò sulla fronte. “D’accordo.”
Quando tornò,la sera, Roger le portò un mazzo di rose rosse, le sue preferite e gliele fece sistemare accanto al letto. Stava già dormendo. Prese una sedia e si sedette,pronto a vegliarla per un’altra notte. Nonostante le proteste delle infermiere non poteva rinunciare a starle vicino. Il senso di colpa gli appesantiva il petto. La prima notte era tornato a casa ed aveva provato a dormire,ma non ce l’aveva fatta. Aveva pianto come un bambino. Se ne vergognava ancora adesso. Si era sentito stupido,ma non aveva potuto farci niente. Non riusciva a vedere il suo letto così vuoto. Quella casa non gli era mai sembrata così spenta. Aveva salutato Delia ed era ritornato all’ospedale. L’aveva guardata riposare per tutta la notte, finchè non si era addormentato anche lui. Il medico lo lasciava entrare a suo piacimento sostenendo che la sua era un’influenza positiva. Bastava che non disturbasse le infermiere. Si appiattiva in un angolo della stanza, mimetizzandosi con la parete,pronto ad aiutare i medici o a rassicurarla se si svegliava di soprassalto. Biasimava il fratello,che non la veniva mai a trovare. Susan ci pativa,era evidente,ma stringeva i denti ed andava avanti.
Roger era convinto che assieme non c’era nulla che non potessero fare. “I brutti momenti sono fatti per essere superati” gli aveva detto sua madre,prima di che si sposassero, quando le aveva confidato l’intenzione di voler chiedere a Sue di diventare sua moglie “e se si è in due a superarli è molto meglio. Bisogna sostenersi a vicenda,sempre. In ognuno sta la vera forza dell’altro.”
Roger si ritrovò a ripensarci in quelle notti e constatò che mai erano state pronunciate parole più vere.
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In the wake of Sol #2

Previous part.. Susan and Roger, a couple who lives in a chalet, receive the letter of the brother of Susan, with they argued 2 years before. Susan manages to convince her husband to invite her brother for dinner as a sign of peace..

“Roger? Are you ready? John will be here soon.”
“Yes,yeah. I’m ready. What do you think about this?”
“It’s perfect.”
“Mhh..it smells delicious!”
“I’m cooking your favourite dish: roast.”
” I’m already dreaming the dinner..”
Suddenly, from the outside came a sound of heavy footsteps and a voice.
“Suzie? Susie Q? Is there anyone at home??”
Roger looked at his wife then he went to open the door. He found himself in front of a tall man in his twenties, his face numb and red for the cold weather and the snow.
“H-hi Roger”
“Hi John, come on in.”
“Uh, thanks.”
Susan left the kitchen and hugged his brother.
“Hi , little brother, lovely to see you. Oh, but you’re frozen! Come , sit down in front of the fireplace. Delia..good dog!” she added to the little dog which was trying to jump on the man to say hi  to him ” Dinner will be ready in a second.”
John sat on the armchair and rubbed his hands in front of the fireplace.
“So..how’s work, Roger?”
“Not so bad. But the snow is slowing everything down. If this bad weather goes on, I’m afraid we’ll close soon.”
“You know, I always thought that you’d had continued to write.. The stuff you posted wasn’t so bad.”
“I takec it as a compliment,thanks John. I have to secure the future of Sue, you know it. I have no time to live in fairytales.”
“Grat. I was haped you said so.”
“Dinner’s ready!!”
The two sat down. The tabled seemed more happy than ever. Susan outdone herself: baked potatoes, salad, a steaming roast, sauces, side dishes of every kind. An hour later, after the dinner, thay were in the living room eating a piece of apple pie with Delia which was snoozing on the carpet in front of the fireplace, her blly full of all the little pieces of roast that she’d managed to beg with its beautyful face of honey-colored Labrador.
“You’re a wonderful cook,sis’.”
“Thanks, John..So, how’s your girlfriend?”
“Unfortunately, Irina is due to retourn to Russia. That was a temporary gig and she wasn’t allowed to stay,so..”
“Oh,cdear..Are you all right?”
“Yes, I think so. You know, our relationship is a modern one. It’s without any obligation.”
“Almost one-night stand..” said Roger.
“Roger!!” retorted Susan.
“Don’t worry,sis’. He’s right, after all. Nothing serious. Anyway, it’s late. I’d better go now.”
“With this weather? John..isn’t it dangerous?”
“Don’t fret Sue. I’ll be fine. I know how to behave in a car. Snow won’t be a problem.”
“John..Look, why don’t you stay here for tonight?”
Roger frowned.
“Well, I really don’t want to bother you..”
Roger look at the guy.
“No, it’s too dangerous.Sue’s right. You can’t go anywhere with this storm. Staying here for the night it’s the best thing to do.”
“Well..thank you,guys.”
“Duty. Upstairs there’s a guess room. You can stay there.”
“I’m going.”
John disappeared upstairs. Susan looked at her husband,smiling.
“I’m so proud of you,sweetheart.”
“Thanks. I don’t really like murders. Send him out with this snow it’s..barbaric.” Roger said, pouring himself a glass of Brandy. He rarely did that.
“Do you want me to bring you your typewriter?”
“Uhm..yes, thank you, dear.”
Susan smiled and pulled out a trolley from the moving disappearance. That was an old desk on which Rogers added whells,so it became a sort of trolley. It got stuck perfectly with their forniture of mahogany.
In that trolley-desk there was Roger’s typewriter.He hated Internet and almost all the electronic devices (although he recognized their importance and pratical comfort). For him, writing was a unique pleasure. Hearing the “Tictictic” of gthe buttons and the funny noise made by the tape when it was running out of space was like listening to music. He couldn’t not write in another way, or at least, he couldn’t write with passion in another way that wasn’t with his beloved Olimpia. He sat down, in front of the trolley-desk. Susan kissed him and hugged him tight.
” Good night, honey. Good work.”
“Night, sweetie.”
Susan climbed the stairs, greetedc her brother and entered in her room,leaving the door open. After few minutes the “tictic” of the Olimpia. Susan listened to it for a couple of minutes. She loved when Roger typed.
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